Sacro natura: la terra madre matrigna Una mostra fotografica memoria dell'Umbria

mostra fotograficaASSISI (PG) – Si è da pochi giorni conclusa la mostra fotografica “Sacro Natura”, curata da Bruno Mohorovich ed allestita presso la Pinacoteca Comunale di Assisi, nell’ambito della manifestazione “Assisi Suono Sacro”, che verteva sul tema “ Beatitudo – ambiente sano ambiente sacro”. Beatitudo come ricerca di un punto culmine di arrivo su cui converge la musica d’arte, la musica del suono sacro, la musica che ricerca nuove vie di espressione, una musica che può portare quello sviluppo armonico dell’uomo e dei popoli.  Gli intenti della manifestazione sono stati ben delineati dal suo creatore, Maestro Andrea Ceccomori “Assisi Suono Sacro nasce con un sogno e con un obiettivo: riscoprire e promuovere la sacralità e universalità della musica per la rinascita di un mondo nuovo. Vuole essere un cantiere, un laboratorio, una fucina dove si cercano e si forgiano idee e semi per il futuro da disseminare nel mondo. Dallo spirito di Assisi, ombelico del mondo, può rinascere la musica con uno spirito nuovo, grazie alle sue profonde radici che qui attecchiscono.”

La rassegna fotografica ha visto la partecipazione di Angelo Angelucci, Serena Nofrini e Rita Peccia. I tre artisti hanno interpretato l’ambiente ed il paesaggio umbro in maniera molto personalizzata, conferendo a luoghi, persone e paesaggi quella sacralità che inevitabilmente rimanda al messaggio francescano intonato dal “Cantico delle creature”.

La fotografia di Serena Nofrini sembra cogliere solo la presenza benefica delle forze della natura celebrandone ogni elemento positivo che legge la terra ed i suoi frutti come elemento di produttività e gli elementi quali fonte di calore, gioia nell’esaltazione dell’umiltà delle piccole creature che sanno di valere ben poco difronte al Creatore. Significativo il percorso dell’artista che apre e chiude la sua carrellata fotografica con due sguardi dal sapore decisamente divino. Si apre con una finestrella all’interno di una antica pieve, dalla quale penetra prepotentemente un raggio di luce molto luminoso; si chiude con la soggettiva di un occhiale che guarda verso il cielo squarciato da un raggio di sole: nel mezzo spazia dalla fiorita di una Castelluccio non ancora ferita dal recente terremoto, a soggetti quali il mare, la conchiglia, le strade di campagna, i tramonti dedicando un’inquadratura molto significativa ad un uomo seduto sulla riva, meditabondo, che si confronta col lontano orizzonte che segna il confine tra cielo e mare. In questo viaggio, Serena Nofrini racchiude il senso della vita, a ciò cui noi siamo invitati: Riceviamo da Dio un prezioso dono che siamo chiamati a conservare e rispettare ed al fine rendiamo a Lui grazie per quello che di buono e bello ci ha donato.

Anche Rita Peccia inizia e chiude il suo percorso in chiave francescana, ma lo fa – fedele al suo spirito di reporter – in chiave drammatica, relegando la Natura al ruolo di matrigna. Infatti i suoi scatti documentano con sofferenza le tracce del recente sisma spaziando con il suo sguardo da Castelluccio a Norcia fino ad Amatrice che ci presenta con inquadrature d’alta poesia. Un libro abbandonato, un piccolo mazzo di fiori tra le macerie evocano la memoria di quello che è stato e forse mai più sarà. E così in campi lunghi e piani medi ci offre un panorama della devastazione, della miseria e della solitudine in cui versano questi “sacri” luoghi. E pare dissonante la fotografia della statua di San Francesco che dinanzi San Damiano mira – in un’analogia fortemente leopardiana – la piana di Assisi in faccia a quel “frate Sole” che “ allumini noi per lui. Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore, de te, Altissimo, porta significatione.” Ma tutto ha un senso; il cammino della Peccia si chiude nel varcare il grande portone di una chiesa, che ricorda d’essere tale solo nelle macerie, e nel simbolo della Tau illuminato da un sole calante, segno di una speranza che non può morire ma soprattutto non deve far dimenticare.

Il registro delle opere, alcune delle quali accompagnate dai versi dello stesso autore, di Angelo Angelucci è ben diverso; egli rappresenta proprio il sacro nella natura, facendo assurgere la terra d’Umbria a narrazione del quotidiano. La maggior parte delle foto esposte appartengono a molti anni fa e raccontano la poesia di luoghi e persone sconosciute, quello che ancora resta di sano, equilibrato e veritiero di questa terra. Una ode al quotidiano ch’egli canta in una contrapposizione colore / bianco nero e soprattutto cogliendo in alcuni momenti una dicotomia di staticità /  dinamicità in un ricorrente confronto tra passato e presente, tra antico e nuovo.

Il suo è un omaggio al restare piuttosto che all’andare. La vita nei campi, la solitudine di anziani ed il fissare attività lavorative di un tempo che non è, contribuiscono a quel recupero della nostalgia di un tempo che il metropolitano oggi sembra averci negato.

La mostra, presentata ad un attento pubblico dal poeta e scrittore Bruno Mohorovich, ha visto nel suo perdurare un vasto afflusso di visitatori, anche stranieri, che hanno apprezzato non solo la maestria degli artisti ma il messaggio che questi hanno voluto veicolare. A corredo, serate di letture dedicate alla natura degli autori della Bertoni Editore, e di musica classica con “QuoVadis Bach”, decelerazioni musicali sulle Suites di J.S.Bach con Davide Zavatti al violoncello ed Heide Müller all’arpa.

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